136 donne, per oltre 35.000 foto e quasi 100 ore di video interviste in oltre tre anni di lavoro.

Kimono Tales è un viaggio nell’eterno universo femminile attraverso le foto di Angelo Cricchi.

L’articolato progetto artistico di Angelo Cricchi utilizza diversi codici narrativi, in un mix sinestetico di fotografia, video, musica e voci. I ritratti delle muse di Cricchi in kimono sono i protagonisti assoluti delle loro “storie” rivelate, le loro voci che prendono vita in un racconto corale che circonda l’essenza femminile nel suo senso più ampio, innescato, quasi per caso, dal potere misterioso e liberatorio di un oggetto comune nella cultura giapponese, cioè il kimono. Le “Kimono Tales” parlano dell’anima umana attraverso i cuori nudi delle muse di Angelo Cricchi, attento osservatore dei temperamenti e detentore di quattro kimono che gli sono stati lasciati da una misteriosa visitatrice giapponese.

I QUATTRO KIMONO Di K

Il kimono (… che significa “qualcosa da indossare”, o “abbigliamento”) è un indumento tradizionale giapponese di antiche origini, oltre che il costume nazionale del paese. Il kimono è costituito da una tunica di varie lunghezze, incrociata davanti e chiusa da una lunga cintura detta obi. Esistono kimono per gli uomini, generalmente di colore marrone o grigio, e kimono per le donne, diversamente strutturati e impreziositi da dipinti e tessiture.

I kimono indossati nelle sessioni fotografiche che hanno ispirato Angelo Cricchi appartengono a una ragazza giapponese di nome K, ospite per un breve periodo nella casa/studio dell’artista romano, dove i quattro capi femminili – uno rosa chiaro usato per dormire, uno per il giorno con una decorazione floreale su sfondo rosso, un kimono corposo e blu e uno corto di seta color tortora – sono stati tutti lasciati in custodia con la promessa che, un giorno indeterminato in futuro, avrebbero ritrovato la via del ritorno in Giappone. I kimono di K, distolti dal loro giusto contesto e avvolti dal fascino esotico ed evocativo dato dall’immaginario occidentale, diventano più che altro un oggetto magico che sottolinea l’inizio di una sorta di rituale scenico, quello di spogliarsi per adornare un incantevole capo d’abbigliamento capace di suscitare emozioni imprevedibili e di rivelare una dimensione dell’anima attraverso un’apparenza fino ad allora nascosta.

LA STORIA DI K

“K è una ragazza giapponese che vive nella piccola città di K, non lontano dalla capitale.

La conosco tramite un amica comune. Ben presto scopro che K si veste solo con abiti da cerimonia: kimono abbinati a calzini e sandali tradizionali. Anche in Giappone questo non è comune.

La piccola e gentile K comincia ad apparire quotidianamente  sullo schermo del mio cellulare come una santa orientale, mentre io mi aggiro con difficoltà nel traffico romano. Poi un  pomeriggio di ottobre qualcuno bussa alla porta del mio studio. Mi trovo davanti  K in persona, vestita con i suoi kimono, che mi sorride, reale ed indifesa. K è rimasta con me per qualche settimana. Sempre allegra, ma anche attenta. Elegante e altruista. Pronta a partecipare o a farsi da parte.

Dopo poco tempo diventa l’ospite preferita di tutti i miei amici, che fanno a gara per attirare l’attenzione della “ragazza con il kimono” alle feste esclusive.

Per la maggior parte del suo  tempo fa lunghe e solitarie passeggiate per Roma, e il ciottolato consuma i suoi sandali grigi, oramai tenuti insieme con un nastro biadesivo.

Un giorno mi guarda dritto da dietro la mia testa, come fanno in Giappone, e dice: “Ho preso la mia decisione, resto qui, (pausa) per sempre”. “

In quel momento stavo attraversando un periodo turbolento della mia vita, così l’ho dissuasa e le ho consigliato di tornare nella città di K, dove ha tutti i suoi affetti e il suo lavoro. Lei sorride e non risponde. “Va bene”, dice solo.

Poi la vedo piegare meticolosamente il suo kimono nel mio armadio. “Li lascio qui, e un giorno tornerò a prenderli. Sono il segno della mia presenza. Fanne buon uso”.

(Angelo Cricchi)

KIMONO TALES 

Kimono Tales is a voyage of the eternal female universe through the photos of Angelo Cricchi, accompanied by the artist Massimiliano Ionta and the Japanese musician Yuya.  Angelo Cricchi’s articulated artistic project uses diverse narrative codes, in a synesthetic mix of photography, video, music and voices, which confer together in Massimiliano Ionta’s exhibit, to the rhythm and melody expressly composed by Yuya. The portraits of Cricchi’s muses in kimonos are the absolute protagonists of their “stories” revealed, their voices taking life in a choral story surrounding the feminine essence in its widest sense, triggered, almost by happenstance, by the mysterious and liberating power of a common object within the Japanese culture, that is, the kimono. 

The “Kimono Stories” speak of the human soul through the naked hearts of Angelo Cricchi’s muses, attentive observer of temperaments and holder of four kimonos which were left to him by a mysterious visitor from Japan. the story of k , “K is a Japanese girl who lives in the small town of K, not far from the capital. 

I know her through a friend. I soon discover that K dresses only in ceremonial clothes: kimonos combined with traditional socks and sandals. Even in Japan this is not common. The little and kind K begins to appear on the screen of my cell phone like an oriental saint, while I was struggling in the Roman traffic. Every October afternoon someone knocks on the door of my studio. I find myself in front of K in person, dressed with her kimonos, who smiles at me, she was real and helpless. K remained with me for a few weeks. She was always cheerful but also careful. Elegant and selfless. Ready to participate or step aside.

 

After a short time she become the favorite guest of all my friends, who compete in order to grab the attention of the “girl with kimono” at exclusive parties. For most of the time she makes long and solitary walks through Rome, and the cobblestones consumed his gray sandals, now held together with a double-sided tape. 

One day she looks at me straight behind the back of his head, as they do in Japan, and said:”I’ve taken my decision, I stay here, (pause) Forever. “ At that moment I was going through a turbulent period of my life, so I dissuaded her and advised her to return to the city of K, where she has all her affections and work. She smiles and does not reply. “All right”, she says only. 

Then I see her meticulously fold in her kimono in my closet. “I leave them here, and one day I will come back to get them. They are the sign of my presence. Make good use”. 

(Angelo Cricchi) 

the 4 kimono of k 

Kimono (… meaning “something to wear”, or “clothing”) is a traditional Japanese garment of ancient origins, as well as the national costume of the country.  The kimono consists of a tunic of various lengths, crossed in front and closed with a long belt known as obi (…). There are kimonos for men, generally brown or gray in color, and kimonos for women, differently textured and embellished with paintings and weaving.

 The kimonos worn in the photo sessions that inspired Angelo Cricchi belong to a Japanese girl named K, a guest for a brief period in the Roman artist’s house/studio, where the four feminine garments – one light pink used for sleeping, one for daytime with a floral decoration on a red background, a full-bodied, blue kimono and a short, turtledove colored, silk one – all left in custody with the promise that, one undetermined day in the future, they would find their way back to Japan. K’s kimonos, taken from their proper context and wrapped around the exotic and evocative charm given by western imagery, become more like a magical object that underlines the beginning of a kind of scenic ritual, that of undressing to adorn an enchanting article of clothing capable of triggering unforeseeable emotions and revealing a dimension of the soul by an appearance which, until then, had been hidden.