Seta fragile
Nel territorio della fotografia contemporanea — dominato dall’iper-rappresentazione digitale, patinata e costantemente filtrata, dove il corpo viene spesso svuotato da uno sguardo voyeuristico o piegato a identità fittizie — la ricerca di Angelo Cricchi si impone come un rito profondo, catartico e radicalmente umano. Opponendosi al dominio dell’immagine ritoccata con la verità autentica della carne, Kimono Tales apre un varco sulla vulnerabilità del corpo e sulla memoria invisibile delle sue ferite, a partire dall’epifania di un oggetto d’affezione.
Tutto ha origine da un’assenza: quattro kimono lasciati in eredità da una donna giapponese (K), figura dai contorni misteriosi la cui evanescenza ha innescato un processo relazionale inarrestabile. Un capo d’abbigliamento ancestrale, storicamente concepito come schermo di disciplina e riservatezza (enryo), viene trasfigurato in un involucro impalpabile che agisce da catalizzatore per un pellegrinaggio privato. Una volta varcata la porta dello studio dell’artista, la veste diventa la chiave di accesso, una sorta di un Vaso di Pandora dell’inconscio: centinaia di donne — differenti per età, estrazione, vissuto e fisicità — hanno indossato il medesimo tessuto per poi spogliarsene. Rifiutando ogni maschera, si sono liberate da qualsiasi difesa psicologica e fisica, affidando all’obiettivo i propri traumi e le proprie imperfezioni per trasformare l’atto dello svelarsi e del raccontarsi in una catarsi liberatoria.
Voce, sussurri, tracce e ferite
La reale tensione di Kimono Tales risiede nel contrasto tra la monumentalità dell’immagine che si rifà all’estetica classica e la vulnerabilità viscerale della parola. Nello spazio protetto dello studio, attorno a una poltrona trasformatasi in un confessionale laico, l’atto dello scatto si è fuso con ore di registrazioni audio. Le partecipanti hanno consegnato a Cricchi un archivio ininterrotto di memorie intime: malattie, lutti, abusi e violenze subite, ma anche rivendicazioni d’identità, affrancamenti e desideri repressi.
Cricchi affronta questo materiale delicatissimo con la consapevolezza di chi non cerca lo scandalo o il sensazionalismo, ma la restituzione etica del dolore e della rinascita. L’artista si fa testimone di un intenso transfer emotivo, accogliendo la ferita della carne violata per sottrarla alla solitudine e alla mercificazione. Per scardinare qualsiasi tentazione di lettura pruriginosa, la struttura espositiva scinde deliberatamente il volto dalla voce: l’ascolto immersivo procede parallelo alla visione, creando una dissociazione controllata in cui la testimonianza individuale si sublima nel coro di una sommessa, ma indomabile, umanità.
La penombra, la pittura classica e la sospensione del tempo
Dal punto di vista plastico e formale, la fotografia di Cricchi rifiuta sia l’istantanea rubata sia la freddezza dello sguardo clinico, attingendo alla sensibilità orientale per la penombra (In’ei raisan), dove la bellezza dimora nelle superfici opache e nei dettagli calati nel chiaroscuro. Lontano dal rinnegare la propria matrice legata alla moda — di cui padroneggia la disciplina formale e la sapienza tecnica — l’artista ne supera i codici effimeri per ancorare la propria grammatica visiva a riferimenti d’arte più alti imperituri, alla ricerca di una luce capace di accarezzare il corpo e restituire sacralità alle forme profanate dal trauma.
La pelle non è mai alterata da artifici digitali, ma mostrata nella sua trama autentica: una superficie cangiante che reca i segni incancellabili della vita — cicatrici, asimmetrie e imperfezioni che l’artista custodisce anziché correggere. L’uso dei supporti gioca un ruolo cruciale: le immagini affiorano su carte di pregio e superfici materiche dipinte, mentre i soggetti, in posa ieratica, convivono con elementi di rottura (come la figura di spalle con il vaso) e con le variazioni cromatiche legate alle otto direzioni della cosmogonia giapponese, intrecciando la memoria organica della persona con l’astrazione concettuale della forma.
Dalla soglia all’ombra del volto
Concepita per uno spazio monumentale, la mostra si struttura come un itinerario intimo attraverso una sequenza di stazioni progressive: il viaggio prende avvio con le grandi strisce sospese di carta fluttuante giapponese, che introducono il visitatore alla genesi dell’opera. Si viene poi condotti nella Stanza Ottagonale (Happō ⼋⽅), un ambiente mistico ispirato alle otto direzioni della rosa cosmica orientale che reggono l’equilibrio del mondo, articolato in otto opere guida che fondono fotografia e pittura e tracciano un orientamento spirituale dove a Nord, origine e silenzio si incarnano nell’immagine iconica di una donna di spalle con un vaso, custode del Ma (間), il vuoto fertile della stasi primordiale. Qui la geometria sacra dialoga con la visione di Ildegarda di Bingen, trasformando l’ottagono nel simbolo dell’«ottavo giorno», luogo di guarigione dalle ferite e viriditas (forza vitale).
Proseguendo verso il cuore dello spazio, la luce fotografica cede il passo all’installazione video e alla risonanza audio attorno alla presenza simbolica della poltrona. Le voci registrate si sovrappongono in un flusso sonoro immersivo che trasforma l’ambiente in un’agorà di memorie indistinte ma potentissime. Il percorso approda infine nella Grande Sala, dove si dispiega l’imponente archivio dei ritratti; sul fondo, all’interno di un anello in marmo, affiora l’incisione con il presunto volto di K: un enigma visivo finale, simile a un velo di Veronica contemporaneo, che svela e al contempo protegge il mistero primigenio dell’opera, lasciando aperto il confine tra realtà storica e finzione.
Dalla ferita alla luce: l’essenziale indomabile
A distanza di anni dal suo primo respiro, Kimono Tales non si adagia nel tempo di una retrospettiva, ma vibra come un organismo vivo, una preghiera necessaria. Qui, dove l’atto di spogliarsi viene restituito alla custodia dell’ascolto e sottratto ad ogni mercificazione, la nudità smette di essere corpo per farsi puro riscatto.
Attraverso la grazia della fotografia, la presenza scultorea della materia e la polifonia di queste voci intrecciate, Angelo Cricchi non si limita a ritrarre la figura femminile: ne misura la traccia spirituale, l’incrollabile postura di fronte al dolore. Kimono Tales consegna così al visitatore il segreto più intimo dell’umano: la rivelazione di come la somma delle nostre lacerazioni, ricomposta nell’alchimia dell’arte, non sia più una ferita, ma una luce indomabile ed eterna.
Francesca Briganti
Guarda il video della mostra / Watch the exhibition video
Fragile Silk
In the realm of contemporary photography—dominated by polished, constantly filtered digital hyperrepresentation, where the body is often emptied of meaning by a voyeuristic gaze or moulded into fabricated identities—Angelo Cricchi’s practice emerges as a profound, cathartic and radically human ritual. Countering the dominance of the retouched image with the authentic truth of the flesh, Kimono Tales opens a passage into the vulnerability of the body and the invisible memory of its wounds, beginning with the revelation of an object imbued with emotional significance.
Everything begins with an absence: four kimono bequeathed by a Japanese woman, K, a mysterious figure whose elusive presence set an inexhaustible relational process in motion. An ancestral garment, historically conceived as a screen of discipline and reserve (enryo), is transformed into an almost weightless covering that acts as the catalyst for a private pilgrimage. Once the threshold of the artist’s studio has been crossed, the garment becomes a key, a kind of Pandora’s box of the unconscious: hundreds of women—different in age, background, experience and physicality—have worn the same fabric before shedding it. Rejecting every mask, they have relinquished their psychological and physical defences, entrusting their traumas and imperfections to the camera and transforming the act of revealing themselves and telling their stories into a liberating catharsis.
Voices, Whispers, Traces and Wounds
The true tension within Kimono Tales lies in the contrast between the monumentality of images rooted in classical aesthetics and the visceral vulnerability of the spoken word. Within the protected space of the studio, around an armchair transformed into a secular confessional, the photographic encounter merged with hours of audio recordings. The participants entrusted Cricchi with an unbroken archive of intimate memories: illness, bereavement, abuse and violence, but also assertions of identity, acts of emancipation and repressed desires.
Cricchi approaches this profoundly sensitive material with the awareness of an artist seeking neither scandal nor sensationalism, but an ethical expression of pain and rebirth. He becomes a witness to an intense emotional transference, receiving the wounds of violated flesh and drawing them out of isolation and away from commodification. To disrupt any temptation towards a prurient reading, the exhibition deliberately separates face from voice: immersive listening unfolds alongside the images, creating a controlled dissociation in which individual testimony is transfigured into the chorus of a quiet yet indomitable humanity.
Half-Light, Classical Painting and the Suspension of Time
In its formal and visual language, Cricchi’s photography rejects both the stolen snapshot and the coldness of the clinical gaze, drawing instead on an Eastern sensibility for shadow (In’ei raisan), where beauty resides in muted surfaces and details immersed in chiaroscuro. Far from disavowing his background in fashion—whose formal discipline and technical sophistication he commands—the artist moves beyond its ephemeral codes to anchor his visual grammar in enduring artistic references, seeking a light capable of caressing the body and restoring sacredness to forms desecrated by trauma.
The skin is never altered through digital artifice, but revealed in its authentic texture: a shifting surface bearing the indelible marks of life—scars, asymmetries and imperfections that the artist preserves rather than corrects. The choice of supports plays a crucial role: images emerge on fine papers and painted, textured surfaces, while the subjects, in hieratic poses, coexist with disruptive elements, such as the figure seen from behind with a vase, and with chromatic variations associated with the eight directions of Japanese cosmology. The organic memory of the individual is thus interwoven with the conceptual abstraction of form.
From the Threshold to the Shadow of a Face
Conceived for a monumental space, the exhibition unfolds as an intimate journey through a succession of stations. It begins with large, suspended strips of Japanese paper, their floating presence introducing visitors to the genesis of the work. The route then leads into the Octagonal Room (Happō 八方), a mystical environment inspired by the eight directions of the Eastern cosmic compass that sustain the balance of the world. Eight guiding works combining photography and painting establish a spiritual orientation in which, to the North, origin and silence are embodied in the iconic image of a woman seen from behind with a vase, guardian of Ma (間), the fertile void of primordial stillness. Here, sacred geometry enters into dialogue with the vision of Hildegard of Bingen, transforming the octagon into a symbol of the “eighth day”: a place of healing and viriditas, or vital force.
Moving towards the heart of the exhibition, photographic light gives way to video installation and resonant sound, gathered around the symbolic presence of the armchair. Recorded voices overlap in an immersive sonic flow, transforming the space into an agora of indistinct yet profoundly powerful memories. The journey culminates in the Great Hall, where the extensive archive of portraits unfolds. At the far end, within a marble ring, an engraving of K’s presumed face emerges: a final visual enigma, like a contemporary Veil of Veronica, revealing while simultaneously protecting the work’s original mystery and leaving the boundary between historical reality and fiction open.
From Wound to Light: The Indomitable Essence
Years after its first breath, Kimono Tales does not settle into the stillness of a retrospective, but pulses like a living organism, an essential prayer. Here, where the act of undressing is entrusted to the care of listening and removed from all commodification, nudity transcends the body to become an act of reclamation.
Through the grace of photography, the sculptural presence of matter and the polyphony of these interwoven voices, Angelo Cricchi does more than portray the female figure: he traces its spiritual imprint, its unwavering stance in the face of pain. Kimono Tales thus offers visitors humanity’s most intimate secret: the revelation that the sum of our wounds, reassembled through the alchemy of art, is no longer a wound, but an indomitable and eternal light.




































































































