Project Description
Perché perdersi non vuol dire solo uscire dalla strada segnata. Può consentire quel “fuor-di-luogo” per cui siamo costretti a ricostruire i nostri punti di riferimento, a misurarci e a ridefinirci rispetto ad un altro contesto.
Dedalo, Teseo, Arianna, il Minotauro. Da queste figure del labirinto nella leggendaria Creta del re Minosse, alla vasta iconografia che giunge fino a noi con tantissime testimonianze su questo luogo architettonico, il passo è breve.
Dalla preistoria, il segno di quella dimensione di prova iniziatica verso l’ignoto – che il labirinto rappresenta – non ha mai perso il suo fascino e la sua attrattiva.
Il mito greco con Minosse, re di Creta, che incarica Dedalo di costruire un labirinto per imprigionare il mostruoso Minotauro, compare già in diverse incisioni rupestri. Da questo momento in poi, anche se evidenziato in modi diversi, il labirinto parla della complessità del mondo, delle ricerca dell’infinito e del viaggio che esprime tutto il senso della speranza di una rinascita. LLG
In questi casi il nostro riambientamento ci consente di “apprendere ed apprendere”, riattiva cioè un interazione tra noi e l’ambiente che avevamo data per ovvia e che invece nel rischio di azzeramento dell’identità che ogni perdersi comporta riemerge, con le sue “ragioni”, le sue logiche, il suo “sentire”.
Alberto Iacovoni
Dal Medioevo in poi il labirinto subisce una profonda trasformazione in chiave cristiana. La Chiesa riscopre la potente forza trasformatrice di questo disegno arcaico sulla psiche umana e lo propone come strumento meditativo, come simbolo di vita, morte e rinascita in Cristo. Dalle 7 circonvoluzioni del labirinto cretese e romano, il labirinto medievale passa a 11, numero che rappresenterebbe il peccato, stando fra il 10 dei comandamenti e il 12 degli apostoli. Delle volte ha forma ottagonale essendo 8 il numero dell’infinito e simbolo della rinascita spirituale e della vita eterna. Chi vi entra sa di intraprendere un viaggio verso una dimensione ancora da esplorare con un confine tra umano e divino. LLG
Lo spiega bene lo storico dell’arte Hans Jaffé, in un testo pubblicato nel quarto numero del The Situationist Times, rivista ideata e diretta dall’artista olandese Jacqueline de Jong, dedicato a questa archetipica forma di spazio “dai percorsi ingannevoli e senza uscita”, celebrando il suo mitico architetto, Dedalo, come uno dei “grandi innovatori della vita umana, con Ercole, con Prometeo. Egli aveva inventato – nel labirinto a vie multiple – un nuovo modello di mondo”, un mondo nuovo che, a differenza del più antico labirinto spiraliforme a via unica, “comprende il fattore della scelta”. A.I.
Da Tintoretto a Leonardo fino a Jackson Pollock che presenta i suoi labirinti senza uscita, o ad Escher che in una delle sue opere usa tre diversi punti di fuga per dare origine ad una raffigurazione che rappresenta tre mondi distinti, non pochi hanno ceduto al fascino di questo dedalo di vie tra muri, spiepi, o addirittura campi di mais.
Alte mura, demoni dietro ogni angolo, enigmi da risolvere, il tempo che inesorabilmente si fa sempre più breve, anche il cinema non è rimasto indifferente alla suggestione che regala un labirinto. Ed ecco allora che arriva la discesa negli inferi nel più classico dei labirinti cinematografici: quello di “Shining” di Stanley Kubrick, con il suo infernale intreccio di percorsi costituito da siepi, e che è il più vicino a quello classico del Minotauro, con quel terrore dell’isolamento che è il vero concetto di labirinto.
- Lucia la Gatta





